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EDUCARE ALLA SELVATICHEZZA

La madre-lupa e i bambini del bosco

 

C’era una volta — ma in realtà accade anche adesso — una famiglia che viveva ai margini del bosco, ai margini di quel confine sottile dove il mondo umano ricomincia a parlare con la foresta.

La loro casa era fatta di ascolto: il rumore del vento,  il fruscio delle foglie, il passo leggero degli animali.

I bambini crescevano lì.

Non imparavano prima i nomi delle app, ma quelli delle piante..

Non scorrevano immagini con il dito, ma seguivano le tracce nel fango.

Sapevano distinguere il verso di un corvo da quello di una gazza, e ascoltare quando il bosco cambia respiro.

Qualcuno diceva che erano bambini “selvatici”.

La parola selvatico viene da silva: il bosco.

E il bosco non è il contrario della civiltà.

È il luogo dove la vita ricorda come respirare.

Così quei bambini imparavano un’altra forma di intelligenza.

Un’intelligenza che non cammina solo dritta, ma si apre come i rami di un albero.

Un’intelligenza capace di immaginare, deviare, inventare sentieri dove prima c’era soltanto sottobosco. È l’intelligenza divergente della foresta.

E poi c’era la madre.

Nelle storie raccontate dai giornali appare spesso come una figura strana, forse pericolosa.

Ma se si guarda con le chiavi degli archetipi, un’altra immagine emerge.

La madre non è soltanto una donna. E’ una lupa.

Non la lupa feroce delle paure infantili, ma quella delle storie più antiche: la lupa che difende il branco, che sente il pericolo prima che arrivi, che cresce i piccoli insegnando loro non l’obbedienza cieca, ma l’arte di stare al mondo.

La lupa non addomestica i suoi cuccioli. Li rende capaci di vivere.

Eppure, proprio mentre questa piccola tribù umana cercava di imparare di nuovo il linguaggio della foresta, altrove accadevano cose strane.

Gli uomini del potere uscivano con fucili e decreti.

Uccidevano un’orsa e lasciavano i suoi cuccioli senza madre.

Dichiaravano guerra ai lupi.

Perseguivano i cinghiali come se fossero colpevoli di esistere.

Dicevano che era necessario, che era per l’ordine. Per il loro "bene".

Ma il bosco ascoltava in silenzio.

Perché il bosco conosce un segreto antico: quando una civiltà comincia a combattere tutto ciò che è selvatico, spesso non sta difendendo la vita. Sta difendendo il controllo.

Il potere patologico teme ciò che non può addomesticare: gli animali liberi, i bambini che imparano fuori dai recinti, le madri che diventano lupe.

Eppure il bosco non è contro l’uomo. Non lo è mai stato. Il bosco è semplicemente più antico.

Sa che dentro ogni essere umano vive ancora una creatura che ricorda i sentieri, l’odore della pioggia, la lingua degli animali.

Una creatura che non vuole dominare la vita. Vuole appartenervi.

Per questo, ogni tanto, qualcuno torna nel bosco. Non per fuggire dal mondo, ma per ricordare. Ricordare che la foresta non è fuori da noi. Cresce anche dentro.

Il bosco non scompare.
Può essere tagliato, recintato, regolamentato. Ma continua a crescere ai margini, nelle crepe, nei luoghi non sorvegliati. Proprio come l’immaginazione.

 

 

Domande per entrare nel bosco

  • Se camminassi nel tuo bosco interiore, quale immagine incontreresti per prima? Che forma avrebbe?
  •  Quale parte della tua vita è stata addomesticata troppo presto?E quale parte, invece, continua a restare selvatica e a chiamarti?
  • Se dentro di te vivesse una madre-lupa, che cosa starebbe proteggendo con tanta forza?I tuoi sogni, la tua libertà, i tuoi figli interiori, o qualcosa che non ha ancora trovato parola?
  • C’è un luogo — reale o simbolico — dove senti di poter tornare a essere più vicino alla tua natura profonda?
  • Che cosa succederebbe se lo frequentassi più spesso?
  • Quale voce della foresta stai cercando di ascoltare proprio adesso nella tua vita?

 

©Paola Biato

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Commenti: 1
  • #1

    Lea (lunedì, 06 aprile 2026 22:45)

    Bellissimo articolo, complimenti!